Storia

Tito Livio parla di un territorio nei pressi di “ Fossa Greca”, zona del casertano oggi conosciuta con il nome di “ Mazzoni ”, famosa un tempo, come riferiscono gli storici locali, per le copiose coltivazioni di rose.

Qui oggi sorge il Comune di Santa Maria la Fossa. Questo, denominato nell’antichità semplicemente “Fossa”, e poi, dopo la costruzione di una Chiesa in onore della Madre di Dio, Santa Maria la Fossa rivestì nel corso dei secoli il ruolo di “casale” della città di Capua, raggiungendo l’apice del suo sviluppo in epoca longobarda, tempo in cui divenne anche uno dei centri più cospicui della “Terra di Cancia”, quella porzione del principato capuano compresa “intra viam novam Neapolitanam, et flumen et terram ultra flumen versus mare”.

Tale “ casale “ capuano venne denominato Santa Maria Minore detta “ fossa “ e, secondo gli storici, sorse nell’anno mille. La sua storia è legata sensibilmente alla costruzione dell’imponente Chiesa costruita nel 1084 e dai chiari lineamenti romanico-longobardi tra i quali appaiono cenni gotici (1). Fu edificata da alcuni signori capuani che la dotarono di ingenti benefici.
           
Fino a prima dell’anno 1797 la Chiesa arrivò a possedere ben 144 moggi di terreno. Tuttavia essa non compare nella serie delle Chiese che il Papa Alessandro III (1159 – 1181) riconosce essere sotto la giurisdizione dell’arcivescovo di Capua, Alfano (1163 – 1183), riportata nella bolla pontificia “ Cum ex iniuncto “ del 1 marzo 1173. E pare che non si possa nemmeno tentare di identificarla con la “ecclesia S. Mariae” che la medesima bolla dice di trovarsi “ in loco Grazzanisi “.
Invece, nell’inventario delle chiese dell’archidiocesi di Capua tassate dalla Santa Sede, fatto redigere dall’arcivescovo Stefano de Sanità (1363 – 1380) il 17 dicembre 1375, la Chiesa di Santa Maria la Fossa compare insieme a quelle di S. Erasmo e di S. Nicola, dello stesso luogo, e di essa si dice che è tenuta a versare alla reverenda Camera Apostolica l’importo di otto tarì: “ R.E.S. Mariae de Fossa in tarenis octo “.
Nel passato la Chiesa godette di fama per la colonna del suo cereo pasquale, un vero e proprio capolavoro d’arte. Il cereo poi, riferiscono gli storici, pesava ben 133 libbre, e pare che fosse più grande e più bello di quello della Basilica di Santa Maria Maggiore in Roma, che ne pesava 80.
Per l’uso e la manutenzione del cereo di Santa Maria la Fossa si spendevano le rendite di quattro moggi di terreno. Ma oggi, più che in passato, la Chiesa suscita il comune interesse soprattutto per le sue pitture, molte delle quali, è da supporre, sono ancora celate dalle tinteggiature di poco gusto del sacro edificio risalenti a questo, nonchè ai secoli scorsi.
Di grande importanza sono gli affreschi dell’abside e del pilastro più vicino all’altare maggiore, tra la navata centrale e quella di destra, attribuiti al 1100. In buono stato vengono conservati gli affreschi del pilastro, raffiguranti due Madonne e databili a poco più tardi del XII secolo.
Affreschi del XII secolo si ammiravano fino al primo decennio del secolo scorso anche nelle lunette sovrastanti le porte minori della Chiesa, dalla parte interna, e nella lunetta sopra la porta principale, dalla parte esterna.

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